Un futuro senza sorveglianza biometrica di massa: l’iniziativa europea Reclaim Your Face punta al milione di firme

Lo scopo è arrivare alla Commissione Europea e rendere il divieto sempre più concreto

Mentre la Commissione Europea sta preparando nuove leggi sull’Intelligenza Artificiale, una coalizione in continua espansione di associazioni per i diritti umani e digitali, guidata da European Digital Rights (EDRi), mette in guardia dai molteplici pericoli che la sorveglianza biometrica di massa presenta per la nostra libertà e per la nostra dignità. 

Oggi la coalizione Reclaim Your Face lancia un’iniziativa dei Cittadini Europei (ECI) per chiedere all’Europa di vietare l’uso di algoritmi di IA che possono arrecare danni alla cittadinanza—come appunto la sorveglianza biometrica di massa. L’ECI è uno strumento ufficiale unico nel suo genere offerto dall’Unione Europea ai propri cittadini per organizzare e chiedere tutti insieme nuovi quadri legislativi su molteplici materie.

L’obiettivo dell’ECI, portata avanti in Italia dal Centro Hermes con il supporto di Associazione Luca Coscioni, Certi Diritti, CILD, Eumans, info.nodes, Privacy Network e StraLi, è raccogliere 1 milione di firme in almeno 7 paesi dell’UE nell’arco di un anno, ovvero febbraio 2022. Se avremo successo la Commissione Europea sarà obbligata a rispondere alla nostra richiesta formale per una nuova legge e aprire un dibattito con gli Stati Membri del Parlamento Europeo.

“Le politiche per la sicurezza della città sono legate a doppio filo già da tempo con altri concetti come il degrado e il decoro urbano. Le videocamere e gli strumenti di sorveglianza sono sempre più normalizzati perché la narrazione entro la quale vengono utilizzati si basa sull’assunto che controllare è più facile. Ma lo spazio della città appartiene ai cittadini e sono loro che, vivendo lo spazio pubblico, la rendono più sicura e inclusiva,” dichiara Laura Carrer, ricercatrice del Centro Hermes.

I cittadini europei si trovano di fronte a un momento storico cruciale: fermare la sorveglianza biometrica di massa prima che diventi talmente pervasiva da essere normalizzata nelle nostre società.

I casi di abuso in tutta Europa

La coalizione di associazioni che hanno dato vita a Reclaim Your Face ha già messo insieme prove di abusi sistematici dei dati biometrici delle persone in tutta Europa, e sta contrastando queste tecnologie con successo. In Serbia le autorità stanno sorvegliando la popolazione per le strade di Belgrado, in Italia le autorità hanno cercato di colpire direttamente le comunità con la sorveglianza biometrica nel parco della città di Como, e malgrado quella installazione sia stata dichiarata illegale dal Garante privacy italiano, altre città stanno cercando di introdurre tecnologie simili e persino la polizia vuole usarle per monitorare gli sbarchi dei migranti sulle coste italiane. In Grecia, le autorità nazionali stanno indagando l’uso della sorveglianza biometrica quando la polizia effettua i controlli in strada. 

In Francia, la società civile ha portato in Tribunale l’impiego della sorveglianza biometrica di massa usata nelle scuole e contro i manifestanti. Nei Paesi Bassi, le autorità nazionali hanno criticato la sorveglianza biometrica di massa nei supermercati. La coalizione Reclaim Your Face è stata fondamentale nel far luce e contrastare queste tecnologie, e nel richiedere l’intervento delle autorità di controllo. Ad esempio Homo Digitalis ha fatto partire un’indagine del garante privacy greco in Grecia e Bits of Freedom ha supportato le dichiarazioni dell’autorità garante contro la sorveglianza biometrica nei Paesi Bassi. 

Malgrado ciò, è evidente che dobbiamo agire uniti, in contemporanea su più paesi, e necessariamente a livello europeo.

I dati biometrici sono intimamente collegati ai nostri corpi ed ai nostri comportamenti, e quindi possono rivelare informazioni sensibili su chi siamo. Ad esempio, i nostri volti possono essere sfruttati con il riconoscimento facciale per effettuare previsioni o valutazioni sul nostro conto—e lo stesso vale per i nostri occhi, vasi sanguigni, voci, l’andatura o il modo in cui digitiamo i tasti della tastiera.

I governi, le forze dell’ordine e le aziende utilizzano dispositivi per la registrazione (come le videocamere a circuito chiuso) e software per il riconoscimento facciale per monitorare i nostri spostamenti da un luogo a un altro sfruttando le nostre caratteristiche ed identificandoci. La raccolta indiscriminata di dati biometrici svolta in luoghi pubblici come la strada, i parchi, le stazioni ferroviarie, i negozi o i palazzetti dello sport, solo perché stiamo cercando di vivere liberamente le nostre vite, è una sorveglianza biometrica di massa.

Il trattamento di qualsiasi dato biometrico è già vietato dall’UE. Eppure, l’Unione Europea concede alcune deroghe a questo divieto generale che sono alquanto problematiche. Vediamo continuamente abusi di queste tecnologie, introdotte sfruttando questa confusione legale, e che—spesso senza un controllo democratico—finiscono con l’essere installate nei nostri spazi pubblici, disumanizzandoci e trattandoci come dei codici a barre che camminano.

La società civile chiede punti fermi nella proposta dell’Unione Europea sull’Intelligenza Artificiale

Il Centro Hermes per la trasparenza e i diritti umani digitali ha firmato una lettera aperta insieme a EDRi e 60 associazioni della società civile dislocate in tutta Europa—e nel mondo—per ribadire l’urgenza di limiti e regolamenti all’introduzione di soluzioni di intelligenza artificiale che comprimono e violano i diritti umani.

Con la proposta sull’Intelligenza Artificiale che l’Unione Europea lancerà questo trimestre, l’Europa ha l’opportunità di dimostrare al mondo che la vera innovazione può nascere solo quando possiamo essere certi che tutte le persone saranno protette dalle violazioni più pericolose ed eclatanti dei nostri diritti fondamentali. Le industrie europee—dagli sviluppatori di IA alle aziende produttrici di automobili—trarranno grande beneficio dalla certezza normativa che deriva da chiari limiti legali e da condizioni di concorrenza eque.

È fondamentale che il regolamento di prossima introduzione affronti in modo inequivocabile diversi rischi: dalla sorveglianza biometrica di massa (che la campagna Reclaim Your Face sta già sottolineando) al monitoraggio degli spazi pubblici; il pericolo che queste tecnologie intensifichino la discriminazione strutturale, l’esclusione e i danni collettivi fino ad impedire l’accesso a servizi vitali come l’assistenza sanitaria e la sicurezza sociale; i rischi di vedersi impedito un accesso equo alla giustizia e ai diritti procedurali; la normalizzazione di sistemi che fanno inferenze e previsioni sulle nostre caratteristiche, comportamenti e pensieri più intimi; e, soprattutto, la manipolazione e il controllo del comportamento umano e le minacce associate alla dignità umana, all’autonomia e alla democrazia collettiva. 


Leggi la lettera aperta inviata da European Digital Rights e 60 associazioni della società civile (testo in Inglese).  

Siamo qui per riprenderci la faccia (e i nostri diritti!)

Oggi il Centro Hermes lancia insieme alla società civile in tutta Europa la campagna Reclaim your Face per vietare la sorveglianza di massa biometrica. Questa alleanza chiede un dibattito pubblico trasparente sui rischi individuali e collettivi, per la nostra dignità e per la società, che siamo costretti ad affrontare visti gli attuali impieghi del riconoscimento facciale negli spazi pubblici europei.

Almeno 15 paesi europei hanno sperimentato tecnologie di sorveglianza biometrica come il riconoscimento facciale negli spazi pubblici. Negli Stati Uniti, al momento 5 grandi città hanno vietato l’uso del riconoscimento facciale.

La campagna

La campagna Reclaim Your Face è spinta dal desiderio di un futuro digitalizzato, democratico e incentrato sulle persone, in cui tutti possano vivere con dignità e rispetto dei nostri diritti umani.

Il Centro Hermes si unisce a Bits of Freedom (Paesi Bassi), Iuridicum Remedium (Repubblica Ceca), SHARE Foundation (Serbia), Chaos Computer Club (Germania), Homo Digitalis (Grecia), Access Now, ARTICLE 19, EDRi e Privacy International nel chiedere trasparenza alle autorità locali, comunali e nazionali in tutta Europa sullo sviluppo, la diffusione, l’uso o i piani per l’impiego di tecnologie biometriche dannose, strumenti usati nelle nostre strade e nei nostri quartieri.

Dal momento che già alcune forze di polizia e autorità locali in diversi paesi europei stanno introducendo rapidamente e in gran segreto queste tecnologie invasive, dobbiamo assolutamente difendere uno spazio pubblico in cui i nostri diritti, le nostre libertà e le nostre comunità siano protette.

Crediamo che la conversazione debba iniziare ora, prima che sia troppo tardi. Firma la petizione e mettiti in contatto se vuoi essere coinvolto.

Contesto nazionale italiano

In Italia l’impiego di tecnologie di riconoscimento biometrico e facciale è già ampiamente diffuso su due diversi livelli: uno nazionale e uno locale. Il sistema SARI gestito dalla polizia scientifica si è dimostrato da subito controverso e coperto da un velo di segretezza estrema: interrogazioni parlamentari sull’accuratezza del sistema mai risposte e la mancanza di informazioni sui 9 milioni di volti delle persone incluse nel database hanno trasformato il sistema SARI in un buco nero. A livello locale, invece, l’esperimento distopico della città di Como è stato subito stroncato da un provvedimento del Garante privacy grazie anche ad una tempestiva inchiesta giornalistica che ha sottolineato l’importanza di maggiore trasparenza sui processi decisionali che si trovano dietro all’installazione di tecnologie di riconoscimento biometrico. Eppure altre città hanno già annunciato l’installazione di tecnologie simili, come Torino e Udine, ma del tema si discute anche all’interno degli stadi di calcio. Inoltre, il Ministero dell’Interno ha già acquistato anche un sistema di riconoscimento vocale da utilizzare sui video raccolti online.

Perché è importante

La tipologia più nota di tecnologia biometrica è il riconoscimento facciale, ma l’acquisizione biometrica può essere effettuata con molti altri tipi di dati derivati ad esempio dagli occhi (iride), dal modo di camminare (andatura), dalle orecchie, dal canale uditivo, dal DNA, dalla voce, dalle impronte digitali e da altre caratteristiche, ad esempio l’abbigliamento religioso. 

Gli spazi pubblici sono il luogo in cui condividiamo le esperienze e ci riuniamo. Dove stiamo insieme alle nostre persone care. Fare una passeggiata nel parco. Organizzare una festa con la nostra comunità. Tenere discussioni politiche. Protestare contro le ingiustizie. Tutte queste attività sono minacciate dal fatto che le autorità locali europee, le forze di polizia e le aziende private diffondono tecnologie di riconoscimento facciale che tracciano e prendono di mira la gente comune negli spazi pubblici.

Non accetteremmo mai che una persona ci segua costantemente, monitorando e valutando chi siamo, cosa facciamo, quando e dove ci muoviamo.

Non solo il nostro comportamento cambierà automaticamente perché sappiamo di essere osservati, ma rischiamo anche di essere considerati una minaccia perché l’algoritmo giudica male un gesto o un’espressione facciale. Alcuni di noi potrebbero addirittura essere considerati sospettati di un crimine per il modo in cui sono vestiti, per il colore della pelle o semplicemente per aver partecipato a una protesta. Quel che è peggio, non ci accorgiamo nemmeno di essere osservati, non sappiamo chi è che ci guarda, per quale motivo e per quanto tempo.

Il riconoscimento facciale e le altre tecnologie biometriche utilizzate negli spazi pubblici fanno di ognuno di noi un potenziale sospetto. Studi dimostrano che queste tecnologie amplificano la discriminazione e vengono utilizzate per perseguitare le persone che stanno semplicemente esercitando i propri diritti.

L’uso della tecnologia biometrica per la sorveglianza di ogni persona che abita e vive lo spazio pubblico danneggia i nostri diritti e le nostre libertà, la nostra capacità di esprimerci pienamente, di organizzarci, di discutere, di festeggiare e di protestare.

Firma la petizione e mettiti in contatto se vuoi essere coinvolto.

I programmi di aiuto dell’UE esportano la sorveglianza

Oggi insieme a Privacy International (PI) e ad altre 13 organizzazioni della società civile europee e africane abbiamo chiesto urgenti riforme dei programmi di aiuto e cooperazione dell’UE per garantire che questi promuovano la tutela della privacy nei Paesi terzi e non facilitino l’uso della sorveglianza che viola i diritti fondamentali.

Privacy International ha pubblicato centinaia di documenti ottenuti dopo un anno di negoziati con gli organismi dell’Unione europea in base alle leggi previste sull’accesso ai documenti FOIA. I report e i documenti ottenuti mostrano che:

  • le forze di polizia e le agenzie di sicurezza in Africa e nei Balcani sono addestrate, con il supporto dell’UE, a spiare gli utenti di Internet e dei social media e a utilizzare tecniche e strumenti di sorveglianza controversi; Leggi il rapporto di PI qui.
  • gli organismi dell’UE stanno formando e dotando le autorità di frontiera e chi si occupa di migrazione nei paesi terzi di strumenti di sorveglianza, compresi i sistemi di intercettazione e altri strumenti di sorveglianza telefonica, nel tentativo di “esternalizzare” i controlli alle frontiere dell’UE; Leggi il rapporto di PI qui.
  • Civipol, una società di sicurezza francese con ottimi collegamenti nel settore, sta sviluppando sistemi biometrici di massa con fondi di aiuto dell’UE in Africa occidentale per fermare la migrazione e facilitare le deportazioni, tutto questo senza adeguate valutazioni del rischio. Leggi il rapporto di PI qui.

Per questi motivi, chiediamo alla Commissione Europea di fermare la questa deviazione dei fondi per gli aiuti, di mettere in atto rigorose procedure di due diligence e di valutazione del rischio, e di accettare misure sulla trasparenza, il controllo parlamentare e controllo pubblico volte a proteggere i diritti umani nei paesi terzi.

Qui è possibile consultare la lettera inviata: versione in inglese.

Per maggiori informazioni, consultare il sito di Privacy International.

ANAC e Hermes Center risolvono una controversia sull’applicazione della licenza AGPL al software OpenWhistleblowing

ANAC e Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights comunicano con reciproca soddisfazione di aver risolto amichevolmente una controversia giudiziale circa l’applicazione della licenza GNU AGPL versione 3 al software per la gestione delle segnalazioni di illeciti OpenWhistleblowing, messo a disposizione delle amministrazioni pubbliche da ANAC, edizione derivata dalla soluzione GlobaLeaks 2.60.144 di Hermes.

Le parti hanno concordato alcune modifiche al codice e alla licenza d’uso adottata da ANAC, che hanno consentito il ripristino dell’aderenza alla licenza AGPLv3 e il rispetto delle condizioni apposte da Hermes al proprio codice per concederne la licenza d’uso pubblica e gratuita.

Hermes, titolare dei diritti economici sul codice di GlobaLeaks, da cui OpenWhistleblowing è derivato, dichiara dunque pubblicamente che la licenza GNU AGPLv3 viene contestualmente ripristinata appieno e che ANAC è licenziataria di pieni diritti secondo la medesima licenza pubblica.

Coloro che avessero scaricato, utilizzato e modificato OpenWhistleblowing a partire dalla versione originariamente pubblicata da ANAC sono invitati ad adeguare in tempi ragionevoli la propria versione alle modifiche effettuate da ANAC contestualmente alla pubblicazione del presente Comunicato, dal momento che il permesso degli autori del software è condizionato al rispetto della licenza AGPLv3 negli esatti termini pubblicati da Hermes e ANAC, e dunque non è possibile avvalersi della licenza EUPL, né della licenza AGPL v.3 senza le ulteriori integrazioni previste.


ANAC e Hermes Center si dichiarano liete dello spirito di collaborazione con cui si è pervenuti alla composizione delle differenti posizioni nell’interesse della collettività e della protezione di coloro che segnalano irregolarità nel settore pubblico, ringraziando l’opera dell’Avvocatura dello Stato e dei difensori che hanno prestato la loro assistenza con competenza e dedizione e hanno collaborato ad appianare le divergenze.

Per ogni chiarimento o precisazione è possibile contattare:
Per ANAC: l’ing. Stefano Fuligni (s.fuligni@anticorruzione.it)
Per Hermes: l’Avv. Carlo Piana (k+owb@array.eu)

Digital Whistleblowing Fund: Call for applications (Round 3)

The Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights and Renewable Freedom Foundation announce that the third round of The Digital Whistleblowing Fund is open for new applications from European anti-corruption projects working on environmental and public health issues.

The Digital Whistleblowing Fund is a micro-grant program that aims to enable investigative journalism groups and human rights grassroots organizations to receive financial, operational and strategic support in starting a secure digital whistleblowing initiative, as part of their social mission. Grants awarded to successful organizations are divided into micro grants up to €3.000 in financial support and tech and consultancy services to support the startup of their digital whistleblowing initiative.

The tech solution is based on GlobaLeaks, an open-source, free software developed by the Hermes Center to enable the easy creation of secure and anonymous whistleblowing platforms.

For this round, a specific jury composed of key individuals/organizations from the whistleblowing, environmental rights, public health, journalism, human rights activism and anti-corruption ecosystems will evaluate the received applications. This round of the Digital Whistleblowing Fund is supported by OSIFE.

Applications are open from June 22 to July 20.

Application Guide

Application Form

Supporting diverse initiatives in Europe through the use of secure whistleblowing platforms

Whistleblowing is considered among the most effective and powerful means to expose and  combat crime, corruption, and public health threats. In particular, digital whistleblowing is being more and more used to fight corruption, defend human rights and the environment, for civil rights activism and electoral integrity monitoring, as well as for permanent watchdog initiatives such as investigative journalism groups and independent media. Because digital whistleblowing is an enormously effective and adaptable tool for all of these initiatives, we seek to support and strengthen it in a coordinated, sustainable, and impactful effort.

The Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights (Hermes Center) has been developing GlobaLeaks open source whistleblowing project since 2012, at the time, defined as “the napster of whistleblowing”, with the goal to see support local media, anti-corruption and human rights initiatives to create secure and anonymous bi-directional communication channels with their sources.

The Digital Whistleblowing Fund is an experimental small-grant program by the Hermes Center and Renewable Freedom Foundation (RFF) that enables investigative journalism groups and human rights grassroots organizations to apply to receive financial, operational and strategic support in starting a secure digital whistleblowing initiative, as part of their social mission. Digital Whistleblowing Fund has been supported by the Open Society Initiative for Europe (OSIFE) in its first call for applications meant for projects operating within Europe.

Grassroots organizations that set up digital whistleblowing projects include investigative journalists and groups, human rights and environmental activists, anti-corruption groups, media and free speech activists, and many more. However, they are often underfunded and lack the specific and mixed set of skills in essential areas to successfully run a whistleblowing initiative: strategic, organizational, legal, IT, and security.

The Digital Whistleblowing Fund has been running following thematic rounds including anti-corruption, gender-based violence, the rights of minorities, migrants, and refugees. For each round, the selected Jury members are experts stakeholders in the fields we are addressing.

Today we would like to highlight five among the winning projects that are now up and running. They are diverse initiatives from different grassroots organizations in Europe dedicated to countering corruption and fighting against human rights violations through investigation, legal action, practical support and research.

 

 

1 – IrpiLeaks

Site: http://ufwb2nvrbad2tx5j.onion (accessible via Tor Browser)

IrpiLeaks is the whistleblowing platform of the Investigative Reporting Project Italy (IRPI), the first transnational center of investigative journalism in Italy, which has decided to launch an investigative journalism endeavor for their online magazine IrpiMedia aimed at collecting anonymous leaks from whistleblowers. IrpiMedia team investigates wrongdoings in the sector of public administration, rigged procurements, scams, frauds, corruption, environmental crimes, and organized crime networks and related activities?

The fund allowed IrpiMedia – an online magazine focused on organized crime and corruption related issues – to both implement a modern and up-to-date whistleblowing platform and to have the needed human resources to manage it. We believe both conditions – that were met also thanks to the funding – are an essential part of a modern newspaper. Since the funding, IrpiLeaks has received more than 20 submissions, 3 of them resulted in a publication on IrpiMedia.”

Lorenzo Bodrero, Co-founder of IRPI

 

2 – Lost in Europe

Site: https://tip.lostineurope.org

Lost in Europe in a cross-border investigative reporting project focused on the issue of unaccompanied child migrants, one of the most pressing issues in the migrant crisis. The goal of Lost in Europe is to recover the stories of these missing children. It comprises a team of investigative journalists from the Netherlands, Belgium, Italy and the UK, who are collaborating to find out what has happened to the disappeared children in Europe.

 

3 – Tracking Exposed

Site: http://cx4al2hxqtf4swuv4kewdeqgixwsmfmzkel5otw5ef33xkdkxh3cs7id.onion

(accessible via Tor Browser)

Tracking Exposed is a tech and human rights initiative that aims to expose how tracking and profiling from user data has a negative impact on society so that proper political and civil actions can be taken. With the support of the Digital Whistleblowing Fund, they launched “Surveillance Capitalism Tracking Exposed”, a secure whistleblowing platform to receive reports on wrongdoings regarding data uses and breaches in connection with bias and discrimination, influencing elections, workplace whistleblower retaliation and any cases where data is released, stolen, breached, used in unfair competition, and bought and sold on markets, all with adverse effects on individuals and society.

 

 

4 – Transparency International France

Site: https://signalement-corruption.transparency-france.org

Transparency International France is the French branch of Transparency International, an NGO operating in over 120 countries and the leading civil society organization in the fight against corruption. They created the first hotline dedicated to victims and witnesses of corruption in 2014 and co-founded along with 16 other organizations, La Maison des Lanceurs d’Alertes (House of Whistleblowers). More than 1000 citizens have contacted their Advocacy & Legal Advice Centre (ALAC) since its creation, and 768 reported cases, some of which led to legal action. Thanks to the Digital Whistleblowing Fund, TI-France in collaboration with Nothing2Hide launched its secure GlobaLeaks-based whistleblowing platform in order to receive highly sensitive documents from victims and witnesses.

Promotional video

 

 

5 – Transparency International Ireland

Site: https://helpline.speakup.ie

Transparency International Ireland is the Irish chapter of the worldwide movement against corruption. It was founded in 2004 and is part of the only global organization dedicated to stopping corruption worldwide. TI Ireland has operated the Speak Up Helpline since 2011 and supported over 1,000 people since then. The helpline offers free advice to people on how to report wrongdoing and also channels whistleblowers to the Transparency Legal Advice Centre (TLAC) for legal advice on whistleblowing. Ti-Ireland applied for the Digital Whistleblowing Fund to seek support in implementing a secure bi-directional platform without having to become proficient in the use of encryption.

We were very fortunate to succeed in a small grant application with the Digital Whistleblowers Fund. The support provided by the Hermes Centre in setting up our Globaleaks whistleblowing platform was instrumental. They are patient and understanding, and are happy to help out and explain things where you might not have the technical expertise to understand the finer details. Their help and support throughout this project means that all whistleblowers can easily contact our organisation securely, even where they don’t have the technical know-how to use PGP-encryption themselves.”

Donncha Ó Giobúin, Speak Up Helpline Coordinator

Whistleblowing: un impegno comune per recepire e applicare la Direttiva europea. Importante tutelare anche chi sta attorno ai segnalanti, e cioè i media e la società civile

Al via la prima tavola di confronto multistakeholder organizzata da The Good Lobby sul recepimento della direttiva per proteggere chi segnala illeciti sul lavoro

Roma, 12 febbraio 2020 – Si è tenuta ieri la prima tavola di confronto dedicata al recepimento della direttiva sulla protezione delle persone che segnalano violazioni di leggi dell’Unione (2019/1937/UE) organizzata da The Good Lobby – associazione impegnata a rendere più equa, inclusiva e democratica la nostra società in Italia e in Europa attraverso la promozione della partecipazione civica ai processi decisionali.

Erano presenti all’incontro i principali stakeholder nazionali attivi sul tema del whistleblowing, con l’obiettivo di condividere con Governo e Parlamento le loro posizioni sugli elementi di novità e le priorità che la nuova legge di recepimento dovrà contenere, anticipando così le prossime audizioni parlamentari in materia.

La direttiva, che supera in molte previsioni la legislazione italiana corrente (l. 179/2017), è stata approvata dal Parlamento e dal Consiglio dell’Unione Europea il 23 ottobre 2019 e dovrà essere recepita dagli Stati membri, Italia compresa, entro dicembre 2021.

The Good Lobby ha organizzato questo momento di confronto perché ritiene fondamentale avviare da subito un dialogo aperto sul tema, attraverso una discussione trasparente e partecipata in grado di coinvolgere più voci, fra cui quelle della società civile. Il recepimento è infatti un’occasione unica per migliorare la legge italiana in molti punti essenziali.

I rappresentanti istituzionali presenti sono stati: Francesca Businarolo (Presidente Commissione Giustizia della Camera), Franco Mirabelli (membro Commissione Giustizia del Senato) e Maria Casola (Capo del Dipartimento per gli affari di giustizia del Ministero della Giustizia). Ha partecipato ai lavori Nicoletta Parisi consigliera di Anac.

I presenti, oltre a Priscilla Robledo e Federico Anghelé di The Good Lobby, sono stati: Alessia Bausano (Confindustria), Giorgio Fraschini (Transparency International Italia), Yvette Agostini (Hermes center for digital human rights), prof Gustavo Piga (Università di Roma Tor Vergata), l’avv. Alberto Maggi, esperto di problematiche lavoristiche e sindacali, managing partner dello studio Legance Avvocati Associati, il giornalista statunitense Tom Mueller (autore del libro Crisis of conscience uscito a ottobre 2019, ancora inedito in Italia) e l’avv. Giovanni Carotenuto, presidente dell’Associazione Pro Bono Italia.

All’incontro sono state anche invitate le rappresentanze sindacali di CGIL, CISL, UIL e FABI, nonché il Ministero del lavoro che hanno però declinato l’invito. L’incontro è stato ospitato presso lo studio Legance – Avvocati Associati in quanto membro dell’associazione Pro Bono Italia. All’incontro ha partecipato anche il presidente di Pro Bono Italia, avv. Giovanni Carotenuto.

Secondo Priscilla Robledo di The Good Lobby, “la direttiva offre degli standard minimi di protezione comuni a tutta l’Unione; per alcuni stati si tratterà di introdurre ex novo una legge, ma per l’Italia è un’occasione d’oro per migliorare l’attuale legislazione sul whistleblowing. E’ per questo motivo che abbiamo voluto iniziare fin da subito a lavorare sul testo.” The Good Lobby ha concentrato i suoi interventi sull’estensione delle tutele della direttiva alla legge nazionale, e più in generale a segnalazioni che minacciano qualsiasi interesse pubblico,  con l’inclusione del settore della difesa nazionale e delle informazioni classificate; sull’introduzione di obblighi di fornire canali di segnalazione anche ad enti locali con meno di 50 dipendenti o comuni con meno di 10mila abitanti; sulla necessità di prendere in carico segnalazioni anonime, e di prevedere espressamente la tutela della protezione del whistleblower come prevalente su quella del segreto industriale. “Noi riteniamo il whistleblower un fondamentale presidio di legalità nelle aziende e negli enti pubblici. Per questo serve formare manager e dirigenti pubblici per far capire loro che proteggendo i whistleblower si salvaguardano gli interessi della collettività, ma anche quelli del loro datore di lavoro” ha aggiunto Federico Anghelé, direttore di The Good Lobby in Italia.

ANAC, rappresentato dalla consigliera Nicoletta Parisi e dalla dott.ssa Laura Valli, ha evidenziato alcune criticità emerse dall’applicazione della legge 179. Tra esse, la necessità di un miglior coordinamento tra le istituzioni che si occupano di whistleblowing, la previsione di incentivi di tipo reputazionale a favore dei whistleblower, la difficile applicazione della legge quando la segnalazione evidenzia solo il rischio di condotte di disvalore giuridico e non anche la loro commissione, la carenza di “accompagnamento” del segnalante lungo l’intero processo che lo coinvolge e l’importanza del monitoraggio da parte delle istituzioni preposte all’istituto a fini di una migliore applicazione della legge stessa. ANAC ha anche auspicato che il lavoro di trasposizione della Direttiva sia ispirato ai principi cardine della stessa, come la “oggettivazione” delle segnalazioni (ciò che conta sono gli illeciti riportati, non le motivazioni del whistleblower) e la considerazione dell’istituto come espressione del diritto alla libera espressione del pensiero e all’informazione.

L’avv. Alberto Maggi di Legance – Avvocati Associati, sottolinea l’opportunità, in considerazione della complessità della materia e della necessità di perseguire obiettivi di lungo termine in un’ottica di diffusione di una cultura di prevenzione, di adottare ove possibile un approccio graduale che poggi su un solido sistema di interazione e confronto tra i soggetti a vario titolo coinvolti e di meticolosa raccolta dati.

Rileva altresì l’importanza della formazione, del supporto al segnalante e del presidio rigoroso dell’anonimato come fattori chiave per il conseguimento degli obiettivi della direttiva.

Secondo Confindustria, è fondamentale incoraggiare concretamente l’utilizzo degli strumenti interni di denuncia prima di ricorrere a quelli esterni e stabilire sanzioni efficaci per dissuadere il segnalante da divulgazioni false, soprattutto attraverso i mezzi pubblici. Sugli obblighi per il settore privato auspica che non vengano imposti obblighi alle imprese sotto la soglia dei 50 dipendenti, ma eventualmente solo incentivi per l’adeguamento volontario. E’ opportuno, infine, un approfondimento specifico sulla tutela del segnalato per evitare conseguenze pregiudizievoli anche di carattere reputazionale.

Transparency International Italia ritiene che la trasposizione della Direttiva sia un’opportunità per rispondere ad alcune criticità e mancanze della legge 179/2017. Si auspica particolare attenzione affinché tutti gli aspetti siano considerati, in particolare la tutela della riservatezza dei whistleblower, un’estensione delle protezioni, una miglior definizione dei requisiti oggettivi e soggettivi e, non da ultima, la previsione di sanzioni efficaci e proporzionati in caso di violazioni di tutte le parti coinvolte.

Secondo l’Università di Roma Tor Vergata, all’intervento normativo occorre accompagnare politiche educative, di promozione culturale e sociale per rendere lo strumento realmente efficace, senza dimenticare di esaltare l’aspetto della leadership e del buon esempio del leader.

Hermes Center auspica che venga incoraggiata l’adozione di strumenti informatizzati a sorgente aperta che, by design e by default, tutelano i livelli di riservatezza connessi con la raccolta e il trattamento delle segnalazioni, anche anonime. L’adozione del software libero rispetta inoltre la regola sul riuso del software nella Pubblica amministrazione e consente di conseguire minori costi di implementazione.

Secondo Tom Mueller, “negli Stati Uniti si parla del rapporto tra whistleblower e giornalista d’inchiesta già da più di mezzo secolo. Eppure rimane una ‘partnership’ delicata, spesso presa di mira sia dai governi che dalle aziende. A maggior ragione, sono contento che si cominci ora in Italia ad esaminare questa dinamica, così essenziale per una stampa libera ed un pubblico ben informato.”

L’onorevole Francesca Businarolo ha dichiarato che il percorso per l’approvazione della legge italiana è stato positivo e ha menzionato il fondamentale appoggio di Anac e del suo ex presidente Cantone nel corso dei lavori. Ha espresso soddisfazione per la legge italiana, ma altrettanta per i contenuti della direttiva, che ha giudicato molto positivi e inclusivi.

L’onorevole Mirabelli ha dichiarato che “corruzione e reati contro la pubblica amministrazione vanno contrastati prima di tutto con la prevenzione dei reati e il whistleblowing è uno strumento in questa chiave importante.”

Il Ministro della Giustizia, che ha avviato le attività finalizzate alla trasposizione della direttiva, ha espresso apprezzamento per eventi, quale quello odierno che, attraverso il dialogo e l’ascolto di tutti gli stakeholder e dei rappresentanti della società civile, possono contribuire a raggiungere efficaci risultati regolativi, di sintesi ed equilibrio.

Secondo Giovanni Carotenuto di Pro Bono Italia, “è fondamentale stimolare per tempo un dialogo serio e competente tra le istituzioni, le professioni e, in più in generale, la società civile organizzata per giungere alla formulazione di una normativa che segni un reale cambio di passo nell’approccio stesso alla partecipazione – da parte dei soggetti interessati – alla vita di società, enti ed organizzazioni di appartenenza. È, peraltro, pienamente in linea con il nostro scopo di promuovere il volontariato professionale in Italia, per la realizzazione concreta della funzione sociale dell’avvocatura.”

Molte sono state le voci che si sono levate a favore di un cambiamento culturale, e non solo legislativo. Tutti i presenti hanno insistito sull’importanza della formazione: sia dei cittadini e lavoratori segnalanti, sia di chi riceve la segnalazione e deve indagarla guadagnandosi la fiducia del segnalante. Solo con una buona dose di fiducia nello strumento, esso può essere veramente efficace.

I presenti hanno convenuto che la legge italiana è comunque una buona base di partenza, soprattutto alla luce del fatto che due terzi dei paesi europei non hanno alcuna legislazione in materia. The Good Lobby Italia, con il fondamentale aiuto di Pro Bono Italia, continuerà a presidiare i lavori di recepimento mediante il confronto costante e il coinvolgimento attivo di tutti gli stakeholders coinvolti.

 

Caso Regeni: GlobaLeaks è il software anonimo utilizzato nell’inchiesta di Repubblica

In seguito a un’espressa richiesta della famiglia di Giulio Regeni, il ricercatore rapito e ucciso nel 2016 dai servizi segreti egiziani, Repubblica ha lanciato RegeniFiles, progetto d’inchiesta basato sulla tecnologia GlobaLeaks. Dopo 46 mesi di silenzi e tentativi di depistaggio, i genitori hanno deciso di mettere a disposizione di chi sa ma non ha ancora avuto il coraggio di parlare, un canale anonimo e sicuro per la segnalazione di fatti collegati all’omicidio, proteggendo la segretezza delle informazioni e l’identità della fonte. 

Schermata iniziale della piattaforma RegeniFiles

Disponibile in tre lingue (italiano, inglese e arabo) RegeniFiles è sviluppata grazie al software anonimo e sicuro GlobaLeaks, creato dal Centro Hermes con lo scopo di fornire protezione ai whistleblower e facilitare la denuncia di violazioni o illeciti. 

Per il corretto utilizzo della piattaforma, soprattutto in contesti quali la violazione di diritti umani in Paesi non democratici, è sempre necessario porre attenzione al luogo dal quale si accede: come precisato anche da Repubblica, è sconsigliato l’utilizzo di postazioni di lavoro, pubbliche o che potrebbero essere sorvegliate. In questo caso la piattaforma è raggiungibile unicamente tramite browser Tor, il quale impedisce di conoscere l’effettiva provenienza della connessione. Una volta terminata la segnalazione, RegeniFiles crea automaticamente un codice di 16 cifre, grazie al quale è possibile accedere nuovamente alla segnalazione inoltrata e ai contenuti allegati, oltre che a comunicare con i legali della famiglia Regeni. 

In merito, La Repubblica fornisce dettagliate istruzioni di accesso in italiano, inglese e in arabo

Il software GlobaLeaks è utilizzato per la segnalazione di violazioni di diritti umani e crimini di guerra anche dalla Corte Penale Internazionale in Repubblica Centrale Africana. 


Il progetto EAT è realtà! 10 paesi europei avranno una piattaforma sicura e anonima per il whistleblowing basata su GlobaLeaks


È da pochi giorni online il sito del progetto E.A.T (Expanding Anonymous Tipping) del quale Centro Hermes è partner insieme ad altre nove organizzazioni. Attraverso l’utilizzo del software GlobaLeaks il progetto ha lo scopo di creare, nel corso del prossimo biennio, 275 piattaforme di whistleblowing in 10 stati membri dell’Unione Europea e favorire una maggiore protezione dell’anonimato dei whistleblower che segnalano un caso di corruzione o un illecito. Gli stati scelti per il progetto risultano avere un punteggio basso secondo il CPI (Corruption Perception Index) indice stilato ogni anno da Transparency International, organizzazione leader per la prevenzione e il contrasto della corruzione. 


Come funziona

EAT permette al whistleblower di scegliere fra tre differenti modalità di inoltro delle segnalazioni, che prevedono un diverso coinvolgimento dei partner di progetto. In ognuna di queste Centro Hermes registrerà alcuni tipi di metadata (a fini di ricerca, valutazione e creazione di statistiche), che saranno successivamente analizzati da Blueprint for Free Speech

Nel modello A il whistleblower potrà inoltrare la segnalazione ad uno specifico ente pubblico o privato. In questo caso la piattaforma di whistleblowing è tradizionalmente intesa: il processo vede come attori un segnalante e un ricevente.

Credits: https://eatproject.eu/submission-models/

Nel caso in cui il whistleblower volesse inoltrare la sua segnalazione specificatamente ad un ufficio dell’ente pubblico o privato, potrà utilizzare invece il modello B. Optando per questa modalità è possibile notificare la presenza di una segnalazione (ma non del suo contenuto) anche ai partner di progetto locali: per la Repubblica Ceca e la Slovacchia Oživení, per la Spagna Fibgar, in Italia e Malta The Good Lobby, per la Grecia il capitolo nazionale di Transparency International, e per Croazia e Bulgaria il Media Development Center

In questo modo le organizzazioni non governative potranno svolgere il ruolo di watchdog nei confronti di enti pubblici o privati.

Credits: https://eatproject.eu/submission-models/

Il modello C, invece, è comprensivo dei primi due e fornisce anche un canale esterno e parallelo deputato ad un media (con particolari funzioni amministrative all’interno della piattaforma). Le informazioni inoltrate dal whistleblower saranno dunque inoltrate sia all’ente pubblico o privato in oggetto, sia ad un giornalista o un operatore dell’informazione. 

Credits: https://eatproject.eu/submission-models/

Per tutti gli attori coinvolti nel processo di segnalazione è importante comprendere che, oltre alla verifica delle informazioni ricevute, è giusto porre attenzione al rischio sociale che accompagna il segnalante nel favorire l’emersione di condotte illecite. In questo Handbook sono contenute informazioni utili sia per chi riceverà una segnalazione, sia per coloro che decideranno di condividere informazioni sensibili. 

Al passo con la Direttiva Europea a tutela dei whistleblower, recentemente adottata

Il progetto EAT nasce tenendo conto del framework legale europeo e, nello specifico, della nuova Direttiva Europea a tutela dei whistleblower, adottata il 7 ottobre dal Consiglio Europeo. Ora gli stati membri hanno due anni di tempo per adattare le proprie leggi nazionali oppure, per chi ne fosse ancora sprovvisto, introdurre tutele a protezione dei whistleblower conformi agli standard e alle pratiche internazionali. In questo contesto legislativo è richiesta l’implementazione di un sistema per la ricezione e la gestione di segnalazioni da parte di enti pubblici o privati, proprio ciò che il progetto EAT ha iniziato a fare in 10 paesi europei.